CineArte on line 2007 - 213 - page 16

INVITO AL PAESAGGIO
di Vittorio Di Giacomo
Chi, fra i più giovani di voi, ha mai sentito parlare di Amiel? Forse nessuno; o ben pochi, per
necessità di ricerca o di studio. Ma, vi prego, non prendete questo mio interrogativo per una
provocazione di tipo professorale. Siamo noi per primi, infatti, a sapere che non esistono oggi
le condizioni minime per cui un giovane, abituale frequentatore di
Internet
, s'imbatta per
volontà propria o anche per semplice curiosità nel nome di Amiel. E allora tocca a chi traccia
queste note di supplire alla mancanza, al solo scopo d'imprimere maggior senso e incisività al
tema scelto oggi per voi, che è quello del paesaggio.
Poche notizie, essenziali. Enrico Amiel, scrittore svizzero (1821-1881), celebre autore di una
sola opera, ma imponente:
Frammenti di un diario intimo
. Raccolta di riflessioni e confessio-
ni senza sosta, intensiva, come usava un tempo; uno scavo, uno scandaglio nelle profondità del
proprio essere psichico e spirituale, per un totale di 17.000 pagine. Diario iniziato a ventisette
anni, interrotto solo qualche giorno prima di morire. Un'opera giudicata, come fu scritto,
“la
più sottile analisi che un essere umano abbia fatto di se stesso”
(Thibaudet). Un'opera tale,
aggiunse altri (Du Bos), da coinvolgere anche nelle generazioni future
“ lettori fedeli tra colo-
ro che praticano il conosci te stesso”
. Dalle 17.000 pagine di Amiel estraggo poche sillabe:
“ Il paesaggio è per la natura ciò che, per l' uomo, è uno stato d' animo”
Ed a queste aggiungo poche altre:
“L'anima della natura è assimilata dai poeti”
. Già, l'anima:
inafferrabile, fluttuante, indefinibile come nozione: parola dalle mille facce e dalle infinite
sfaccettature. Mito? Sogno? Simbolo? Intima realtà esistenziale? Come si fa, ci viene di chie-
dere, a parlare di anima in un mondo che l'ha smarrita e
“ non se ne duole, ma tanto meno si dà
pena per riconquistarla”
, come scrive Gianfranco Ravasi nella sua
Breve storia dell'anima
?
Termine obsoleto per i più, eppure ritornante dove e quando meno te lo aspetti, l'anima, e non
solo sulla bocca dei poeti: i realistici come Pasolini, i visionari come Alda Merini. Ma, curio-
samente, parola legata al paesaggio, come quando – per tornare a Ravasi – leggiamo di essa
che
“ ha bisogno di quiete, di serenità e di distacco, che si nutre di riflessione e di silenzio [...],
persa nelle brume della campagna abbandonata, sospesa sulle vette dei monti, ondeggiante
sulle distese marine...”
.
Torniamo ad Amiel. La sua frase implica, è intuitivo, che quel che noi chiamiamo paesaggio
non è e non può essere, agli occhi di chi lo contempla o vi s'immerge, un inerte agglomerato di
immagini o di entità spaziali e volumetriche a sé stanti, refrattarie perciò ad ogni valutazione
d'insieme che si fondi sulla loro composizione. Comporta invece, quel frammento di diario,
che gli elementi costitutivi di un paesaggio (d'arte o di natura che sia) parlino per effetto del
loro intrinseco, reciproco comunicare, facendo cioè confluire la singola essenza, di ciascuno,
in unità di forma e di significato. Ciò è vero anzitutto nel caso in cui il loro coesistere in un
determinato spazio sia il frutto di un disegno intenzionale; sia cioè opera d'autore: architetto,
artista visivo, poeta naturalista. Ma è vero anche nel caso in cui, per circostanze difficili da con-
cettualizzare, si produca una sorta di corto circuito fra il soggetto e l'oggetto della visione, così
da lasciarne il segno. Ed è qualcosa di analogo a ciò che accade quando un dipinto, un accor-
do musicale, una poesia s'incide anche fuggevolmente ma significativamente in noi, tornando
col tempo a illuminarci in modi imprevisti: quand'anche fossimo convinti di averli persi per
sempre. Con una differenza, però: che non è in tali casi il paesaggio a “vivere” in noi, ma che
– come scriveva il filosofo del paesaggio Rosario Assunto –
“siamo noi che viviamo in esso, e
dopo che lo abbiamo lasciato seguitiamo a vivere in quel paesaggio nei modi della nostalgia
o comunque del ricordo”
.
Di questa attitudine a vivere
nel paesaggio
(come all' interno di ogni forma d' arte), oltrepas-
sando il primo approccio ancora esterno, pre-liminare, posto al di qua della soglia - intento (al
più) ad individuare il punto di vista ottimale per la veduta - mi azzardo a proporvi il passo di
un filosofo già amato dai giovani della mia generazione (che non era proprio medievale), ed
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