CineArte on line 2007 - 213 - page 469

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La danza della morte
Una scena del “Settimo sigillo”
DEDICATO A INGMAR BERGMAN
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(Riceviamo da Marco Vanelli, storico e critico del cinema, amico nostro e di voi tutti)
Ingmar Bergman se ne è andato.
È stato non solo un genio del cinema e del teatro, ma un uomo che ha aiutato gli spettatori a
porsi certe domande, a urlarle in modo disperato quando le risposte stentavano a farsi com-
prendere.
Nei cineforum parrocchiali del dopo Concilio i suoi film erano di casa. Adesso purtroppo no.
Vedere i suoi film, leggere i suoi libri è un’esperienza che interroga la fede di un cristiano.
Affidandolo alla misericordia di Dio, un Dio che lui ha raffigurato a volte come un ragno
mostruoso o una marionetta inutile – ma anche misteriosamente come quel prodigio di amore
che non si spiega secondo le ragioni umane – lo ricordiamo con un brano, tratto dal suo libro
Conversazioni private ( Milano, Garzanti, 1996, pp. 144-147):
«[Padre Jacob ad Anna:] Il prodigio, l’inconcepibile. Prova un po’ a pensare ai
discepoli, che si sono dispersi da ogni parte come lepri impaurite. Pietro aveva
rinnegato. Giuda aveva tradito. Era tutto finito, chiuso. Alcune settimane dopo la
catastrofe si incontrano in un luogo segreto. Sono impauriti e combattuti. Il falli-
mento è un fatto evidente e penoso. Tutti i loro sogni di creare il nuovo regno
insieme al Messia sono andati in pezzi. Si sentono umiliati e pieni di vergogna,
quasi non riescono a guardarsi negli occhi a vicenda. Parlano di fuga, di emigra-
zione, di ritrattazione nelle sinagoghe e presso i sacerdoti. Ed è proprio allora
che accade il prodigio, un prodigio tanto incomparabile quanto grandioso. [...]
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