CineArte on line 2007 - 213 - page 403

I PRIMI PASSI DEL CINEMA RELIGIOSO
E L'IMPEGNO DEI CATTOLICI
di Davide Zordan
( II ed ultima parte )
Per lungo tempo il cinema sulla religione è stato quasi necessariamente un cinema a sog-
getto biblico e sfondo cristiano. Questo è certo dovuto al fatto che la settima arte è nata e cre-
sciuta a lungo in una società di matrice cristiana, ma bisogna aggiungere due considerazioni.
In primo luogo la lunghissima tradizione iconografica e la dimestichezza intellettuale col tema
dell’immagine, di cui abbiamo detto, avevano in qualche modo preparato il mondo cristiano
all’incontro con il cinema, più di quanto questo avrebbe potuto accadere in seno ad altre gran-
di religioni e culture. In secondo luogo lo sfondo dottrinale del cristianesimo è originariamen-
te dato sotto forma di narrazione: buona parte della Bibbia è costituita da racconti, storie e
vicende enunciate con un’arte consumata e uno spiccato senso letterario. E al cinema occorre-
va tutto questo per manifestare al meglio le sue nascenti possibilità.
Il connubio fu dunque immediato e naturale, anche se rimase ad un livello piuttosto epider-
mico, fondato su una “convenienza” reciproca. Non era ancora l’epoca per approfondimenti
critici o epistemologici, ma per una partecipazione pronta e attiva nella diffusione del nuovo
mezzo di espressione. In Italia il mondo cattolico intuì immediatamente che il cinema era per
natura sua capace di disegnare i contorni di una nuova cultura, quella della società di massa.
Di conseguenza lo sforzo per orientarne lo sviluppo in una direzione conforme all’etica cristia-
na fu robusto e cosciente. Meno di un decennio dopo la prima proiezione dei fratelli Lumière,
a Milano era già stato creato un organismo associazionistico con il compito di fornire le pelli-
cole a quegli oratorî che, nel frattempo, si erano già dotati di strumenti di proiezione. Iniziative
analoghe sorsero prestissimo anche a Brescia, Torino e Venezia. Quanto alla posizione ufficia-
le del magistero cattolico, essa si specificò più lentamente, ma secondo una doppia linea abba-
stanza netta: il riconoscimento della bontà intrinseca del cinema e la denuncia delle possibili-
tà di un suo utilizzo negativo. Un atteggiamento quindi «sostanzialmente positivo improntato
però ad una logica difensivistica»
1
, che caratterizza specialmente l’enciclica
Vigilanti Cura
del
1936. Su queste basi si preparava la grande stagione dei
cineforum
, che nel dopoguerra vede
impegnato il mondo cattolico in modo metodico e capillare. L’esperienza dei
cineforum
susci-
ta un’attitudine critica matura, che non si accontenta di valutazioni morali sul contenuto narra-
tivo dei film, ma si interroga coscientemente sul linguaggio e la tecnica, formulando un meto-
do compiuto di analisi cinematografica. Ci si interessa criticamente non solo a ciò che le imma-
gini esprimono, ma anche a ciò che esse nascondono
2 .
A metà degli anni ’60 in Lombardia ci
sono 400 circoli e 1700 sale aderenti al Centro Studi Cinematografici, fondato da don Giuseppe
Gaffuri. L’impronta evidente di un certo paternalismo ecclesiastico non impedisce ai cineforum
di diffondere una cultura cinematografica appassionata e qualificata.
Anche la vicina Francia, che sul cinema vantava diritti di paternità, vide sorgere esperze molto
simili, grazie alla
Fédération Française des Ciné-Clubs
, che contava 200 circoli con sessanta-
mila aderenti nel 1953. Ma oltralpe, più che la capillarità di una presenza, si delinea una rifles-
sione critica di altissimo spessore, attorno alla figura del cattolico André Bazin, che fonda i
«
Cahiers du Cinéma
» nel 1952 e sarà poi il padre spirituale dei registi della
Nouvelle Vague
. È
in questo contesto culturale, in cui il cinema occupa ormai una posizione centrale e la cultura
cattolica è ancora preponderante, che la riflessione sul cinema e il sacro comincia a dipanarsi.
1
In D. Viganò,
Cinema e Chiesa. Una storia che dura 100 anni
, Milano 1994.
2
«Nel dopoguerra ci fu un’invenzione straordinaria delle parrocchie: il cineforum. Chi ci andava veniva educa-
to a un cinema diverso, e soprattutto a discutere il film, a capirne il senso, a capire quello che si celava dietro le
immagini». Dichiarazione del regista Pupi Avati riportata da E. Mosconi,
Cinema da vedere cinema da discutere
.
Quarant’anni di cineforum nelle sale milanesi,
in D. Viganò,
Cinema e Chiesa. Una storia che dura 100 anni.
(Estratto da: Davide Zordan,
Filmare l’invisibile. Linguaggio cinematografico ed esperienze religiose
, in «Annali
di Studi Religiosi» 5/ 2004
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