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I LUOGHI DELLA MEMORIA POETICA: RITORNO A SIENA
Non so neppure oggi, dopo tante volte che il fatto si ripete, che
cosa mi richiami imperiosamente a Siena e che cosa me ne fac-
cia subito allontanare. La città è della mia prima adolescenza;
ma lusinga anche i miei superstiti sogni di uomo maturo. A che
cosa obbedisco salendo sulla corriera che, superate le magre
boscaglie di pini, si addentra nella Toscana profonda, alla
memoria, alla speranza, a un doloroso compiacimento o al
diletto? Non so rispondere. Soffro e mi esalto insieme mentre
lungo il nastro ondulato della strada – ancora romana, la Cassia
– la nostra regione diventa sempre più rara ed aperta e nello stesso tempo più soda in quel verde
agro, in quella terra ocra. Tutto questo spazio, nella lontananza, trascolora e sfuma in azzurro
e violetto quando lo osserviamo dai bastioni o dalle alte case di Siena. Più realtà e più sogno
insieme, indistintamente. Niente per me che scendo dal fiorentino è materia più certa, netta, per
nulla illusoria di queste terre a riposo e di queste case rustiche e insieme civili vigorosamente
squadrate; e niente è più immateriale di tutto questo quando sale a sublimarsi nei marmi e nei
cotti di Siena. Così la città appare intrinseca e distante nella sua stessa regione, insieme può
dare il senso della terra e apparire circondata dal vuoto e dalla vertigine.
Nei giorni di mercato la Via di città, la Costarella e tutte le adiacenze del Campo sono affol-
late di mezzadri, sensali e mercanti che portano nel cuore della città il sentore della campagna
rude e forte. I senesi, eminentemente urbani, non risparmiano qualche dileggio, nondimeno la
presenza dei campagnoli tra le mura gentilizie e i monumenti fantasiosi appare naturale o alme-
no inevitabile. Ma poi, quando la sera è scesa e la città si allevia, liberata dalle cupezze e dalla
festa delle sue architetture, nell’aria appena notturna, ed essi se ne sono andati sulle corriere
pigiate o su quei treni bonari che si staccano a malincuore giù sotto le pendici, l’immaginazio-
ne di tra gli edifici rimasti assorti e solitari può tornare a fingere intorno alle mura uno spazio
sconfinato e irreale, abitato da uomini ben più chimerici di quelli or ora veduti. Per lo più, era
quella l’ora che da ragazzo sentivo come un’arcana ventilazione frustrarmi e agghiacciarmi il
sangue, e la mente tornava esaltata a certe immagini dell’arte senese che allora mi pareva più
di altre esprimessero quella raccolta vertigine: la misteriosa, deserta cavalcata di Guidoriccio
da Fogliano si associava immancabilmente ai miei pensieri e quella landa tra quelle rocche era
allora la campagna circostante e quella favola tutta la vita, la sua essenza, la sua febbre.
Ma anche durante il giorno pieno, nel pomeriggio, il silenzio a volte è così alto e la luce che
picchia sulle pietre, sui marmi, sui cotti incandescenti così squillante che i sensi non possono
riceverla e allora l’immaginazione sfrenata corre verso miraggi impossibili, tanto che spesso si
è spinti fuori verso le porte a cercare una rassicurazione nel colore denso e concreto della terra,
nel verde dell’erba. Questi sono poi così imminenti che si può, come accadeva a me quando
abitai a Provenzano, avere da un lato della casa uno strapiombo campestre e dall’altra una fit-
tissima architettura urbana.
Si concepiscono qui necessariamente strane passioni e grandi manie, né è possibile vivere
altrimenti in una sottile follia. La città è piena infatti di tipi bizzarri, di uomini non in pace, attri-
stati da piccoli crucci o esaltati nella vanità e nella noia. Quando poi sono i giorni del Palio
tutto ciò esplode universalmente in una forma che a chi non sia del luogo o non vi abbia dimo-
rato appare inconcepibile. Della donna tutto quello che potrei osservare oggi rimarrà sempre
soverchiato da certe apparizioni fredde, sublimi e intangibili che avevo allora passando per
queste vie o salendo per alcune di queste ripide coste. Erano – ma allora non sarebbe stato pos-
sibile pensare a questa pluralità, ciascuna pareva assolutamente unica – per lo più giovanette
altissime, con alcunché di malsano nell’eccessiva pallidezza, nel passo veloce ma fragile; e ave-
vano intorno una solitud ine così profonda che pareva vivessero circondate dalla loro irradia-
zione pura, né più né meno delle donne della pittura su fondo oro.
Mario Luzi
(Estratto da Mario Luzi,
Trame
, Rizzoli Editore, 1982)
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